LTS

È area "depressa"? Si, è area "de brèssa"!
E da un'incomprensione lessicale, a Brandico, nasce un grande sugherificio

Siamo all'inizio del '900 e Giuseppe Sordi, classe 1878, originario
di Pizzighettone è uno fra i primissimi tassisti in una Milano ancora
poco trafficata. Ha intrapreso questa attività "nuova" dopo
aver guidato per alcuni anni i carri trainati da cavalli
della Condrand. Sono anni duri, di lavoro e fatica con la prospettiva
dell'imminente scoppio della prima guerra mondiale, ma la vita
va avanti come il lento incedere dei navigli. Il lavoro, la famiglia
e l'arrivo del figlio, Primo. E' il 1918 ed inizia un periodo di sacrifici
che coinvolgerà un pò tutti, con l'obbligo di rimboccarsi le maniche
e ricominciare. Il lavoro per i ragazzi inizia in tenera età e così
anche Primo a 14 anni entra come operaio in un calzaturificio
del legnanese dove lavora per diverso tempo. Verso la metà
degli anni '50 Primo si trasferisce in un altro calzaturificio
che ha sede vicino a casa, in Viale Jenner, in una Milano
che è prossima al boom economico. Lui, uomo ambizioso
e deciso a regalare alla propria famiglia ed a sé una vita ricca
di soddisfazioni, si butta a testa china nel lavoro arrotondando
anche con gli straordinari.

La successiva chiusura del calzaturificio milanese, per fallimento,
rappresenta una svolta nella sua vita ed in quella delle successive
generazioni della sua famiglia.
Infatti, lui e suo cugino Sergio Morandi riescono a ritirare
il calzaturificio dal curatore fallimentare divenendone i nuovi
proprietari ed intraprendendo la nuova attività insieme, occupandosi
sempre della produzione di calzature.

Nel frattempo ha messo su famiglia e dopo il matrimonio
con Eugenia Carati arrivano anche i due figli Ivan, nel 1944,
e Mauro nel '48. Il primogenito, Ivan, dimostra un vivo interesse
per l'attività di famiglia presso la quale inizia a farsi le ossa
imparando i segreti del mestiere. In tutti questi anni papà Primo
ha mantenuto l'abitudine di recarsi periodicamente a Brandico,
nella bassa bresciana, dove vivevano alcuni parenti, per la classica
"mangiata di casoncelli", l'apprezzatissimo piatto locale.
Ed è proprio durante una di queste "gite fuoriporta" che gli viene
suggerito di trasferire l'attività proprio lì, a Brandico,
per la facilità anche di reperire mano d'opera femminile da inserire
in fabbrica. Nel 1962, il Governo varò la legge del 18-4-1962 n. 167,
che emanava disposizioni per favorire l'acquisizione di aree
fabbricabili per l'edilizia economica e popolare. Scopo principale
della legge era quello di creare comprensori di aree,
urbanisticamente inquadrati e definiti attraverso appositi piani,
da destinare alla costruzione di case nonché alle opere ed ai servizi
complementari, urbani e sociali.

Questa legge favoriva decisamente anche la costruzione di edifici
ad uso artigianale e industriale. Pertanto Primo si informò circa
la concreta possibilità di poter usufruire dei benefici previsti
nella "167" e si rivolse ai parenti del posto. A precisa domanda
"Ma Brandico è terra depressa?" si sentì rispondere in un ostentato
italiano: "Certo, è zona ... de Brèssa!". La risposta secca
ma affermativa lo convinse ad affrontare l'ipotesi di un possibile
cambio di sede con il cugino; in breve, considerati i notevoli
vantaggi a cui sarebbero andati incontro, i due soci decidono
di trasferirsi a Brandico.

Ma qualcosa non pare andare, soprattutto quando si viene a sapere
che l'area in questione non rientra in quelle "depresse" previste
dalla legge. Un'atroce disdetta, proprio in prossimità del trasloco.
Ma Primo non si perde d'animo ed è grazie all'interessamento
di Pierino Pradei, conosciuto durante alcuni raid gastronomici
a Brandico e assessore dell'allora giunta comunale del paese,
che riesce a far riconoscere lo status di area depressa anche
a quella zona, ottenendone il beneficio dei privilegi previsti.
Dopo poco tempo nasce il "Calzaturificio Brandi" che vede ancora
una volta protagonisti Primo ed il cugino Sergio,
con il coinvolgimento di Ivan che scalpita dalla voglia di inserirsi
in azienda. Lo blocca solo la partenza per il servizio militare
al ritorno del quale, ormai adulto, spera di potersi conquistare
il ruolo di terzo socio dell'attività di famiglia incontrando, tuttavia,
il diniego del cugino del papà che si oppone all'ampliamento
del numero dei titolari.

Ivan non si scompone e incoraggiato da papà Primo cerca
una soluzione alternativa. Il calzaturificio, sempre incentrato
sulla realizzazione di calzature con il tacco di sughero si rifornisce
da anni presso sugherifici fidati ma geograficamente distanti;
l'ideale sarebbe averne uno nei paraggi... Ed ecco l'idea:
"perché non ne apri uno tu qui a Brandico - dice Primo a Ivan -.
Il lavoro non ti mancherebbe di certo..."
Ivan capisce che è davvero un'ottima idea. Prende in affitto
un piccolo capannone ubicato appena fuori dal paese, lo attrezza
con l'acquisto di qualche macchinario e ... inizia a volare.

È il 1968 e armato soltanto di tanto ottimismo e voglia di arrivare,
compra un terreno appena fuori dal paese dove costruirà
il capannone con annessi uffici sopra i quali verrà realizzato
un piccolo appartamento per la sua nascente famiglia.
Infatti, il 31 ottobre di quell'anno Ivan sposa Lucia, una dolce
ragazza di Brandico conosciuta già nel '62, e dopo il breve viaggio
di nozze a Follonica, ai primi di novembre, parte la produzione.
Il capannone viene attrezzato con l'acquisto di qualche macchinario
e vengono assunti i primi dipendenti che in seguito, giungeranno
anche a sfiorare la cinquantina di unità.
Ma questo prodotto ha il limite di essere perlopiù stagionale
e legato alla moda estiva e, dunque, crea periodi di inattività
produttiva e di assoluta mancanza di commesse. E' pressochè
impossibile portarsi avanti con la lavorazione di ulteriori pezzi
per la stagione successiva perché la moda varia ogni anno
col rischio, quindi, di produrre tacchi di altezza già "fuori moda".
Pertanto, sorge il problema di come riempire l'anno di lavoro,
anche per l'onerosità dei numerosi dipendenti.
Lavorando il sughero Ivan aveva conosciuto molto bene il settore
ed aveva seguito da vicino anche la lavorazione dei tappi
di sughero che, pur essendo anch'essi stagionali, tuttavia
non erano soggetti a mode e potevano essere prodotti
in qualsiasi momento dell'anno, anche quando gli ordini dei clienti
si fermavano.

È allora che decide di abbinare alla produzione dei tacchi
anche quella dei tappi e per un certo periodo il lavoro
si ha l'illusione di una ripresa. Ma non andrà esattamente
come auspicato.
Il peso economico dei momenti di improduttività del settore moda
si rivela insostenibile, anche variando la produzione e causa
la necessaria chiusura dell'azienda con la perdita dell'immobile
e di numerosi macchinari: si riescono a salvare solo quattro
macchinari per la produzione dei tappi.
Ma Ivan in cuor suo sa che ha la forza e le capacità per poter
riemergere, per tornare a correre come un cavallo di razza
dopo un incidente.
Affitta un capannone a Trenzano e con l'ausilio delle macchine
restanti e la collaborazione della moglie Lucia e di alcuni
collaboratori appronta un nuovo laboratorio.

E' il 1976 e nasce il Sugherificio LTS. Questa prima sede resterà
operativa solo per alcuni anni fin quando verrà definitivamente
chiuso anche il sugherificio del papà Primo e del cugino Sergio,
dandogli la possibilità di trasferirsi nel capannone di famiglia
con la disponibilità di spazi ben più ampi.
Ivan consapevole della necessità di dover "far cassa" in tempi brevi
inizia una seconda attività come rappresentante di motori elettrici
per non pesare sull'economia della nuova ditta.
Gli viene affidata una vasta area che comprende anche il Piemonte
dove egli segue anche il settore delle ferramente nelle quali scopre
che è in crescita la vendita di tappi di sughero per l'imbottigliamento,
usati dai privati.
Le cantine vinicole hanno iniziato a vendere il vino in bottiglia
e dalla zona del Barbera all'Oltrepò, dalla Franciacorta alla zona
del Lugana si imbottiglia con tappi in sughero (l'80% del vino
prodotto viene imbottigliato).

<< Credere in ciò che fai e farlo bene è sempre stata la mia filosofia
di vita, e le esperienze che ho maturato sono diventate la mia vera
ricchezza >> ci racconta Ivan Sordi << cosí come l'incontro
con quello che io considero il mio mentore, un toscano di Follonica
che si occupava dell'estrazione boschiva del sughero e della sua
commercializzazione. Ho fatto tesoro della sua lunga esperienza
nel settore e da lui ho imparato molto.

Inizialmente lavoravamo il sughero della Maremma Toscana,
ma le incognite riscontrate durante la stagionatura del sughero
acquistato in pianta, non ci davano la garanzia della qualità
che cercavamo. Risale al 1992 l'ultima estrazione di sughero
fatta direttamente da noi; avevamo un deposito in Maremma,
a Roccastrada, che abbiamo smantellato preferendo
approvvigionarci, in seguito, dalla Spagna e dal Portogallo, i paesi
nei quali vengono effettuate le prime lavorazione del sughero
grezzo, mentre le fasi più delicate ed essenziali che portano
fino alla lavorazione ultima del tappo avvengono sotto
il nostro diretto controllo nella sede di Brandico. La nostra
attenzione è particolarmente rivolta verso le analisi ed il controllo
della qualità che ci consentono di offrire uno standard qualitativo
molto elevato. Inoltre, la gestione famigliare dell'azienda rende
appetibile il nostro prodotto anche sul piano economico e credo
sia anche questo un motivo per il quale possiamo annoverare
fra i nostri clienti i più qualificati produttori vinicoli che vogliono
offrire al loro cliente un prodotto di alta qualità, senza correre
il rischio "che il vino sappia di tappo" >>.

Nello sguardo di Ivan Sordi si legge, ora, la fierezza mista
all'orgoglio di chi ha saputo e voluto credere in sé stesso,
attingendo tutta l'energia, anche nei momenti difficili,
dal suo profondo e dall'affetto e dall'unione della sua famiglia.
Oggi le redini dell'azienda sono passate nelle mani di suo figlio
Manlio, classe 1971, che già da tempo lo affianca nel lavoro
e della figlia Stefania che segue la parte amministrativa.
Mentre ci accompagna a visitare la sede aziendale, fra enormi
contenitori di tappi, Ivan continua a parlarci del suo lavoro
e a noi viene naturale ripercorrere a ritroso il racconto
di cui siamo stati testimoni. La vita, in fondo, gli ha lanciato
molte sfide ma lui, insieme a sua moglie Lucia, ha saputo affrontarle
tutte, a testa alta, uscendone sempre vincitore.